A partire dalla sua fondazione, nel 1824, il Museo Egizio di Torino ha prodotto una quantità di documenti che progressivamente sono andati a costituire quello che è oggi l’archivio storico. A questi documenti cartacei si aggiunsero, in seguito, cospicue raccolte di stampe e negativi fotografici riguardanti l’Egitto in generale e più specificamente, a partire dalla direzione di Ernesto Schiaparelli (1894-1928), anche fotografie riguardanti gli scavi della missione archeologica italiana, oltre che i reperti custoditi in Museo. Nel corso del tempo, pur essendo tra loro complementari, il materiale documentario e quello fotografico hanno avuto vicende diverse, compresi alcuni trasferimenti fuori dal Museo. L’archivio storico è attualmente custodito presso l’Archivio di Stato di Torino,1 mentre il materiale fotografico, che è andato a costituire quello che oggi è chiamato “archivio fotografico storico”, è stato conferito nel 2016 alla Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino ed è oggi ospitato nella Fototeca Storica del Museo. Con il termine di “archivio fotografico storico” si intende attualmente una raccolta di materiale che in precedenza non costituiva un archivio fotografico coscientemente stabilito, ma lo è diventato allorquando si è intrapresa un’opera di raccolta, riordino e sistemazione. È proprio questo archivio l’oggetto della presente relazione.

Sono piuttosto scarsi i documenti che illustrano le origini dell’insieme di immagini fotografiche che nel tempo andarono a costituire l’attuale archivio fotografico storico del Museo. Data l’eterogeneità del materiale fotografico conservato, sia come prodotto sia come contenuto, è possibile pensare ad una casualità nella sua formazione, attraverso acquisizioni estemporanee di materiali già ritenuti storici. Dal 2016 è stato avviato un vasto progetto88 di digitalizzazione, riorganizzazione inventariale e studio dei materiali allo scopo di consentirne una più agile fruizione.

Cenni sulla storia dell’archivio fotografico storico

Data la mancanza di documenti attestanti la nascita e l’implementazione dell’archivio fotografico storico di questo museo, diventa indispensabile unire alle poche notizie scritte, peraltro inedite, anche i ricordi di coloro che nel tempo e in ruoli diversi hanno contribuito alla creazione e alla conservazione di un archivio fotografico. Nel corso del XIX secolo, sebbene la fotografia come dagherrotipo sia nata ufficialmente nel 1839,2 il Regio Museo di Antichità ed Egizio, come allora si chiamava, non sembra aver sentito la necessità di avere una propria documentazione fotografica. In questo periodo, infatti, le poche immagini di ambienti all’interno del Museo o di sue antichità sono per lo più incisioni o quadri;3 poche le fotografie, ma scattate da fotografi esterni, anche se con un’accelerazione sensibile nell’ultimo quarto del secolo.4

Una prima informazione circa l’interessamento diretto del Museo alla fotografia risale al 18 marzo 1885, quando viene rendicontata, da parte del direttore Ariodante Fabretti, la commissione al cav. L. Cantù di alcune fotografie, oltre che di disegni, dei “monumenti di Castelletto sopra Ticino” (NO).5 La presenza in Museo, dal 1872, dell’ispettore Ridolfo Vittorio Lanzone (1834-1907), egittologo e amatore della fotografia, potrebbe comunque indurre a ipotizzare una certa attività fotografica voluta dal Museo, nei riguardi sia delle antichità egiziane6 che di quelle del Museo di Antichità.

La più antica notizia certa riconducibile, seppur indirettamente, all’uso della fotografia in Museo, e probabilmente alla primitiva costituzione di un archivio fotografico, è invece data da una ricevuta di pagamento del 10 aprile 1896, durante la direzione di Ernesto Schiaparelli.7 Con essa, il Museo acquistava del materiale per sviluppo fotografico: due bacinelle di 24×30 cm, una lanterna rossa per fotografia, e un litro di idrochinone (o chinolo), per una somma totale di 19 lire.8 Al giorno seguente, l’11 aprile, è datata un’altra ricevuta, per la riparazione di una macchina fotografica, evidentemente già presente in Museo, di cui la ricevuta in questione costituisce la prima menzione.9 Due mesi dopo, datata al 22 giugno, vi è infine una prima informazione dell’acquisto, insieme ad altri materiali fotografici, di supporti fotografici, ossia di 14 lastre Lumière 21×27 cm.10 Dalla seconda metà del 1896 in poi si assiste con una certa regolarità all’acquisto di materiale fotografico, il cui uso, tuttavia, non è stato chiarito: non è stata infatti riconosciuta finora alcuna lastra databile precisamente a questo periodo. È presumibile comunque ipotizzare che, sotto la supervisione di Schiaparelli, amatore della fotografia, in Museo avvenisse l’intero processo dello sviluppo fotografico.

Con l’avvio della Missione Archeologica Italiana (M.A.I.) in Egitto a partire dal 1903, sotto la guida dello stesso Schiaparelli, la quantità di materiale acquistato dal Museo torinese per il corredo fotografico della missione e un primo sviluppo sul campo diventa maggiore e più costante, come è testimoniato dalle numerose ricevute di pagamento presenti nella rendicontazione del bilancio annuale del Museo a partire da quell’anno.11 La notevole quantità di lastre fotografiche utilizzate durante gli scavi dimostra, in analogia con i colleghi contemporanei,12 la particolare sensibilità del direttore verso questo insostituibile strumento di lavoro,13 in grado di documentare, seppur con grandi difficoltà,14 momenti irripetibili durante le ricerche, in tutti i siti indagati dalla M.A.I.15 Una selezione di questi scatti fu, infatti, utilizzata nelle sue due principali pubblicazioni,16 oltre che in due volumi fotografici, rilegati in pelle, donati nel 1903 e nel 1904 al Re Vittorio Emanuele III, mecenate della missione.17 Infine, un’ulteriore selezione di fotografie di scavo consentì, nel 1908,18 la formazione di cinque volumi fotografici, molto probabilmente commissionati per offrire al pubblico in visita al Museo una panoramica e il contesto di provenienza dei reperti esposti. Certamente l’interesse di Schiaparelli verso questa nuova tecnica, complementare ai tradizionali schizzi, disegni e descrizioni scritte, fu stimolato dal fratello Cesare, fotografo amatoriale che, oltre ad influenzarlo, con ogni probabilità gli trasmise i primi rudimenti. L’importanza che diede a questa tecnologia fu tale che durante le campagne di scavo egli volle circondarsi di altrettanto valenti esperti di fotografia, in grado di sostituirlo nelle sue frequenti assenze dal cantiere.89 Tra questi, Francesco Ballerini (1877-1910), anch’egli fratello di un fotografo, Paolo;19 Virginio Rosa (1886-1912), figlio adottivo del celebre fotografo Secondo Pia;20 l’antropologo Giovanni Marro (1875-1952),21 aggregato alla missione a partire dal 1913 insieme al sacerdote Don Michele Pizzio (1870-1951),22 entrambi fotografi amatoriali. Questi ultimi furono attivi anche dopo la morte di Schiaparelli, seguendo il suo successore, Giulio Farina (1889-1947), che proseguì le missioni in Egitto fino al 1937. In questo trentennio si andò formando un insieme di migliaia di lastre fotografiche, che costituiscono la parte certamente più preziosa dell’archivio. Contemporaneamente, come peraltro attestato dalle tre apparecchiature ancora conservate ed esposte nelle sale del Museo (le stesse che accompagnarono gli scavi in Egitto, sebbene non tutti i treppiedi da campo, purtroppo, si siano conservati), si procedette alla realizzazione di riprese riguardanti i singoli oggetti o vedute d’insieme relative agli allestimenti novecenteschi delle sale, anche tramite l’operato di diversi fotografi esterni (Fig. 1).

Macchina fotografica, strumenti e accessori fotografici utilizzati durante gli scavi della Missione Archeologica Italiana. Museo Egizio, P. 3808, P. 3807.

L’attività di ripresa fotografica ebbe un sostanziale incremento durante il periodo pre- e post-bellico, per documentare gli oggetti di particolare interesse prima del loro trasferimento nel catello di Agliè (1943) e al loro rientro (1945)23 per monitorarne lo stato ed eventuali perdite o deterioramenti subiti. Altre lastre rappresentano i danni sofferti dall’edificio e da alcune vetrine dell’esposizione a causa del bombardamento alleato dell’8 dicembre 1942.24 L’attività di documentazione dei singoli oggetti è proseguita (come procede tutt’ora) di pari passo con la schedatura dei reperti, e anche per venire incontro alle richieste degli studiosi che necessitavano di fotografie di oggetti per i loro studi.

Con l’avvento della diapositiva, prima in bianco e nero, poi a colori, l’archivio si è arricchito, nella seconda metà del XX secolo, di migliaia di immagini riguardanti i reperti egizi conservati non solo nel Museo torinese ma anche negli altri musei, italiani e stranieri. A queste si aggiungono diapositive scattate in Egitto da studiosi relative soprattutto ai siti archeologici, che successivamente furono acquisite dal Museo, formando in questo modo una collezione particolarmente eterogenea. Fa parte della storia dell’archivio fotografico l’acquisizione di preziosi album fotografici, risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, e numerose stampe sciolte dello stesso periodo. Infine, la presenza di centinaia di stampe fotografiche tratte da lastre e fissate poi su supporti cartacei attesta un primitivo momento di studio e di riordino.

Infatti, è soltanto nell’immediato secondo dopoguerra che è emersa la consapevolezza di possedere un materiale ricco ed eterogeneo, tale da costituire di fatto un importante archivio, oltre che essere90 uno strumento di studio e lavoro. Risalgono a quegli anni i primi registri manoscritti conosciuti inerenti al materiale fotografico, il quale viene per la prima volta inventariato.25 Uno di questi classifica le fotografie per ordine tipologico, mentre quattro volumi ne propongono l’inventario completo suddividendole per formato, in ordine progressivo. Da quel momento, le lastre fotografiche furono caratterizzate da due numeri identificativi: il primo indica una suddivisione per singolo formato caratterizzato da una lettera dell’alfabeto seguita da numero progressivo (quest’ultimo riportato anche sulla lastra), il secondo invece costituisce il numero ufficiale d’inventario. Purtroppo, durante tale processo, le lastre furono catalogate e inventariate in modo casuale, senza tener conto dei soggetti rappresentati, e fornendo spesso annotazioni e descrizioni non attendibili. Questa modalità di inventariazione, pur presentando evidenti e numerose incongruenze, è perdurata, con le nuove acquisizioni, fino alla fine del XX secolo, anche a causa del modesto utilizzo e interesse che l’archivio rivestiva. Infatti negli anni poche sono state le pubblicazioni tendenti ad esplorare le ricerche archeologiche del Museo con un significativo supporto delle fotografie storiche.26 Non sono tuttavia mancate opere sulla valorizzazione di specifici fondi, principalmente riguardanti le stampe ottocentesche.27

Un primo significativo intervento sull’archivio si riscontra a partire dal 2008, quando si manifestò un inedito interesse verso le fotografie archeologiche che segnò l’inizio di una profonda riflessione sul futuro dell’intero archivio e della sua consultazione. Da questo scaturì, con l’aiuto dell’Associazione Amici e Collaboratori del Museo Egizio (ACME) di Torino a partire dal 2010, la digitalizzazione di un primo lotto di circa 2000 lastre fotografiche,28 a cui seguì un secondo intervento nel 2015, questa volta con il finanziamento della Fondazione Museo Egizio.

Nel frattempo, dal 2004 lo status giuridico del Museo era infatti cambiato, con la soppressione della Soprintendenza Speciale per le Antichità Egizie Torino II – Egittologia, e la costituzione della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino. Questo comportò il graduale conferimento, al neonato Ente, del materiale archeologico e, successivamente, nel 2016, anche di quello fotografico, che con la soppressione della Soprintendenza Speciale era stato trasferito presso la Soprintendenza Archeologica del Piemonte, e affidato alla tutela e gestione di Marcella Trapani. Il ritorno nel palazzo del Museo, nel 2017, dell’archivio fotografico storico, collocato nella nuova Fototeca Storica del Museo, ha stimolato una riflessione sul suo futuro, anche per le sue modalità di fruizione (Fig. 2).91

Veduta dell’ambiente adibito a Fototeca. Museo Egizio.

L’archivio fotografico storico del Museo Egizio e il suo contenuto

Il Fondo Lastre

Come già anticipato, l’archivio fotografico è costituito da diversi insiemi, costituitisi, anche casualmente, in tempi diversi. Un primo lotto è costituito da lastre fotografiche, essenzialmente in negativo sebbene siano presenti anche alcuni positivi, in B/N su vetro o celluloide di formati diversi (6×9 / 6×6,5 cm, formato A; 9×12 cm, formato B; 13×18 cm, formato C; 18×24 cm, formato D; 24×30 cm, formato E; 9×14 cm, stereoscopiche, formato DD;29 Tipo Diapositiva formato 8,5×10 cm; formato 30×40), per un totale di 25.664 unità. Questo fondo è datato dal 1903 fino ai primi anni Duemila.

Tabella 1

Composizione del Fondo Lastre.

Realmente presenti nell’archivio fotografico storico Dichiarate nel registro manoscritto
Lastre in vetro o celluloide formato A 13.063 12.99230
Negativi in celluloide formato A31 541 0
Lastre in vetro o celluloide formato B 7.629 7.81432
Negativi in celluloide formato B33 12 0
Lastre in vetro o celluloide formato C 3.438 3.517
Lastre in vetro o celluloide formato D 152 165
Lastre in vetro o celluloide formato E 623 637
Lastre in vetro chiamate Diapositive 80 0
Lastre in vetro formato DD 118 118
Lastre in vetro 30×4034 8 0
TOTALE 25.664 25.243

I soggetti contemplati in questo fondo possono essere suddivisi in quattro macrocategorie, individuate e distinte per la loro tipologia. Una parte considerevole e particolarmente pregiata è riferita alle ricerche archeologiche condotte in Egitto prima da E. Schiaparelli (1903-20) e successivamente da G. Farina (1930-7). La preziosità di questo insieme è costituita dal trattarsi di documenti attestanti situazioni e momenti irripetibili durante lo scavo, riproponendo al contempo il contesto archeologico di provenienza (Fig. 3). Una seconda parte, assai più numerosa, documenta i reperti conservati in Museo, consentendo un monitoraggio del loro stato di conservazione nel corso dei decenni. Gli allestimenti museali trovano invece riscontro in una scarsa documentazione, soprattutto per quanto riguarda la prima metà del Novecento. Infine, una vasta miscellanea di lastre riguarda testi e immagini tratte da volumi, oltre che ad immagini di antichità appartenenti ad altre collezioni, nazionali o internazionali. Non mancano infine documenti e fotografie riguardanti scritti e personaggi legati alla storia del Museo e dell’Egittologia.

Fotografie stereoscopiche, rese tridimensionalmente, presenti nell’archivio fotografico, scattate durante la campagna di scavo a Gebelein, presumibilmente nel 1914. La foto 3a, DD00065, rappresenta il momento dello scavo di una tomba con portico, presumibilmente identificabile con quella di Iqer. La foto 3b, DD00058, invece, mostra lo scavo di un pozzo con una delle rare rappresentazioni di Schiaparelli, al centro con l’ombrello chiaro. Elaborazione a cura di Nicola Dell’Aquila – Federico Taverni/Museo Egizio. La resa tridimensionale è ottimizzata per occhialini con lenti rosse e blu. Archivio Museo Egizio.

Un ulteriore fondo conferito dalla Soprintendenza consiste di un insieme di 270 lastre in vetro di vario formato (A, 8×8 cm; B, 8,5×10 cm; C, 9×12 cm; D, 13×18 cm), positive e negative, appartenute a Virginio Rosa, come si evince dal nome riportato sull’imballo che le conservava. Probabilmente questo materiale venne consegnato a E. Schiaparelli dopo la morte di Rosa (1912) da Secondo Pia, suo padre adottivo. Tra queste, meritano particolare attenzione sette lastre su vetro (Formato D, 13×18 cm) a colori, di eccezionale rarità,35 scattate durante i lavori nella tomba dipinta di Iti e Neferu a Gebelein (Figs. 4-5), con ogni probabilità scattate da Rosa stesso durante lo scavo della tomba, nel 1911.

Lastra a colori della pittura parietale S. 14354/08, raffigurante il sarcofago di Iti in alto, e una scena di sacrificio in basso, dalla tomba di Iti e Neferu, fotografia scattata in situ, probabilmente 1911. Archivio Museo Egizio, Fondo Rosa, R_D0024.

Lastra a colori della pittura parietale S. 14354/12, raffigurante una teoria di portatori di offerte e una scena di sacrificio, dalla tomba di Iti e Neferu, fotografia scattata in situ, probabilmente 1911. Archivio Museo Egizio, Fondo Rosa, R_D0020.

L’ipotesi della paternità del Rosa potrebbe essere tuttavia messa in dubbio dalla presenza di altre due lastre a colori, apparentemente della stessa serie, presenti nel Fondo Giovanni Marro nell’archivio del92-94 Museo di Antropologia di Torino. Di conseguenza, le riprese potrebbero attribuirsi, oltre che al Rosa che scavò la tomba nel 1911, anche al Marro, che nel 1914 fece parte della missione che provvide al distacco delle pitture, del quale diede una dettagliata descrizione.36 La situazione appare ulteriormente complessa per il ritrovamento di una ulteriore lastra fotografica della stessa serie, presente insieme ad altre sull’Egitto, conservata presso il Museo Nazionale del Cinema.37 Inoltre, il fondo Rosa, pur manifestando una certa omogeneità contenutistica nel suo insieme, ospita sette lastre non pertinenti e riguardanti un progetto di Piero Gazzola38 sul salvamento del tempio maggiore di Abu Simbel (Fig. 6), riconducibile agli inizi degli anni ’60, e alcune altre con immagini di papiri connesse a J. Černý (nome scritto da Curto sulla scatola che le ospitava), sicuramente postume e aggregate al fondo successivamente.

Progetto, poi scartato, realizzato da Piero Gazzola per il salvataggio del tempio maggiore di Abu Simbel, minacciato dalle acque del Lago Nasser. Archivio Museo Egizio, R_B0156.

Infine, nel 2018 è stata gentilmente concessa per la Fototeca Storica del Museo Egizio, dalla famiglia Perino, la digitalizzazione di 48 lastre (6×6 cm) con rappresentazioni dell’Egitto di inizio Novecento (Fig. 7).

Veduta del tempio di Luxor, Fondo Perino, n° 11. Archivio Museo Egizio.

Il Fondo Diapositive

Un secondo insieme è rappresentato attualmente da un fondo di 17.916 diapositive (24×36 mm e fotocolor 6×9 e 12×17 cm), principalmente a colori, realizzate tra gli anni ’60 e il 2005. I soggetti fotografati, di natura quasi esclusivamente egittologica, sono molto vari: dalle immagini scattate in Egitto a quelle di reperti custoditi nei Musei, tra cui una notevole quantità raffigura le antichità conservate nel Museo torinese. Inoltre è presente una ricca documentazione di immagini riguardante mostre temporanee, come pure fotografie tratte da pubblicazioni rare. La fototeca si è arricchita negli anni ’80-’90 con la cessione di un lotto di 600 diapositive riunite negli anni dall’egittologo Mario Tosi (1926-2014).39 Rappresentano essenzialmente pareti dipinte delle tombe dell’area tebana: Valle dei Re, Valle delle Regine, tombe dei Nobili e, soprattutto, il villaggio di Deir el-Medina con la sua necropoli (Fig. 8). Inoltre Silvio Curto (1919-2015), già direttore del Museo Egizio, insieme alla sua biblioteca personale ha disposto la donazione al Museo di una cospicua quantità di diapositive 24×36 mm per un totale di 793 unità dal contenuto eterogeneo, comunque di tema egittologico.

Veduta del villaggio di Deir el-Medina. Fondo Diapositive, AC1849. Archivio Museo Egizio.

Il Fondo Archivio Fotografico cartaceo

Un terzo settore della Fototeca è dedicato alla conservazione del materiale fotografico cartaceo ottocentesco/novecentesco, costituito da immagini in B/N di grande formato custodite singolarmente all’interno di grandi e idonei contenitori, oppure all’interno di tre pregiati album d’epoca. Il primo album contiene 50 fotografie 18×24 cm stampate su carta all’albumina riguardanti principalmente i monumenti della Cairo islamica, senza tuttavia tralasciare i siti archeologici di Eliopoli, Giza ed Alessandria. Queste fotografie furono scattate, tra il 1865 e il 1870, da Vittorio Ridolfo Lanzone, collaboratore del Museo Egizio sotto la direzione di Ariodante Fabretti e poi, per breve tempo, di Schiaparelli. L’album fu donato al Museo nel 1991 da Alberto Manodori in occasione del VI° Congresso Internazionale di Egittologia tenutosi a Torino. (Fig. 9)

Veduta della Cairo islamica, fotografata e firmata da Lanzone. Archivio Museo Egizio.

Il secondo album, di inizio Novecento, intitolato “Cartes Postales”, è costituito da una raccolta di 120 cartoline postali (“non viaggiate”) raffiguranti antichità custodite al Museo del Cairo. Purtroppo, non esiste alcun documento attestante la data di acquisizione di tali materiali, che devono comunque risalire al periodo della direzione di Schiaparelli. Il terzo album, il maggiore per dimensioni, elegantemente rilegato in pelle e dipinto (Fig. 10), contiene 104 fotografie ottocentesche di vario formato, la maggior parte 21,5×26,5 cm mentre altre sono 26×36 cm. Le immagini sono disposte seguendo un viaggio turistico immaginario, partendo da Alessandria a raggiungere la Nubia, attraverso tappe intermedie quali la Cairo islamica, Eliopoli, la piana di Giza, e Luxor. Le fotografie sono attribuite alcune ad Antonio Beato, altre a Henri Béchard, due fotografi attivi in Egitto nella seconda metà dell’Ottocento.40

Copertina di uno dei tre pregiati album fotografici custoditi presso la Fototeca del Museo Egizio. A differenza degli altri, questo volume presenta un’elaborata decorazione a rilievo. Archivio Museo Egizio.

Sono inoltre presenti 387 stampe ottocentesche41 su carta albuminata lucida, custodite in appositi contenitori, dopo un restauro conservativo eseguito al tempo della Soprintendenza di A.M. Donadoni-Roveri (1982-2004). Le immagini rappresentano i principali centri archeologici dell’Egitto allora noti, in primis la necropoli di Giza e il paesaggio di Luxor. Gli autori di molte di queste ci sono noti dalle firme riportate sull’immagine: A. Beato, F. Bonfils,42 H. Béchard, G. Lekegian, C. e G. Zangaki. Sul verso di una stampa attribuita in matita ad A. Beato, raffigurante,95-98 dal fiume, il convento dei frati francescani a Luxor, è riportata la seguente scritta, in inchiostro blu: “Al Chiarissimo Egittologo Signor Schiapparelli, Umile ricordo di F. Francesco Zanobi da Firenze. Luxor 11 Marzo 1885”43 (Fig. 11). Purtroppo, allo stato attuale, non si è in grado di indicare con certezza quando le altre stampe furono acquisite dal Museo Egizio, sebbene sia ipotizzabile il periodo della direzione di Schiaparelli.

Stampa ottocentesca di fotografia (fronte e retro) attribuita ad Antonio Beato, scattata a Luxor, dal Nilo, in direzione del convento francescano. La stampa fu donata a Schiaparelli dai frati nel 1885, in ricordo della visita dell’egittologo. Archivio Museo Egizio, INV32_08.

Un primo tentativo di riordino e studio del materiale fotografico mediante la stampa delle lastre su carta è testimoniato da una serie di faldoni contenenti 3507 fotografie, di vario formato, applicate su cartoncini verde-scuro e riportanti un’etichetta con gli estremi d’archivio (Fig. 12). Questa selezione riguardò più argomenti: gli scavi del Museo in Egitto, gli allestimenti museali e i singoli reperti. Il lavoro, ascrivibile all’inizio degli anni ’50, è giunto a noi in forma piuttosto disorganizzata e non sempre attendibile circa l’individuazione delle località fotografate, tanto da mettere in dubbio che il riordino sia stato completato.44 Ciò è avvalorato dalla presenza di un ulteriore fascicolo, conferito in un secondo momento, contenente 393 fotografie di formato simile, in fase di ordinamento.

Veduta dell’area archeologica di Ashmunein, indagata dalla M.A.I, nel 1903, 1904 e 1909. Archivio Museo Egizio, INV39_69. Corrisponde alla lastra in vetro C00976.

Tabella 2

Contenuto del fondo fotografico delle stampe

Quantità delle stampe
Album Fotografico “Lanzone” 50
Album Fotografico “Cartes Postales” 120
Album Fotografi Ottocenteschi 104
Stampe ottocentesche 387
Stampe novecentesche 3.507
Ulteriore fascicolo di stampe novecentesche 393
TOTALE 4.561

Infine, l’archivio fotografico si compone anche di 52 pellicole in bianco e nero sviluppate e conservate intere in rotolo, il cui contenuto è inerente alla collezione museale. Spiccano tra tutte due pellicole riferite una ai lavori eseguiti in Museo durante la Seconda Guerra Mondiale a protezione dei reperti, l’altra ad alcune ambientazioni museali degli anni Cinquanta, con la presenza del personale del tempo, tra cui rare immagini del direttore Ernesto Scamuzzi (Figs. 13 – 14).

Fotografia delle misure prese dal Museo a protezione dei reperti all’inizio della II Guerra Mondiale, per fronteggiare i bombardamenti aerei. Archivio Museo Egizio.

Fotografia del direttore Ernesto Scamuzzi seduto alla propria scrivania, fotografia scattata nel 1959 durante la “settimana dei Musei”. Archivio Museo Egizio.

Il progetto Digitalizzazione dell’Archivio Fotografico del Museo Egizio (DAFME)

La difficoltà di consultazione di questa documentazione fotografica e la rinnovata esigenza di ricavarne informazioni e spunti per la ricerca ha indotto il Museo Egizio a intraprendere una riflessione sullo studio e la conservazione dei materiali in questione. Da questa riflessione sono emerse le seguenti principali necessità:

  • – Esecuzione di un riscontro inventariale dettagliato del materiale;
  • – Completamento della digitalizzazione di tutto l’archivio;
  • – Realizzazione di una catalogazione tematica;
  • – Riconoscimento dei soggetti rappresentati;
  • – Predisposizione di un locale, opportunamente condizionato e climatizzato, idoneo alla conservazione dei materiali secondo le direttive ministeriali.

Il progetto, avviato nel settembre 2018, si è da subito concentrato sulla scansione del materiale, partendo dal Fondo Fotografico cartaceo per poi proseguire con il Fondo Lastre e infine con le Diapositive.45 Al fine di ridurre la manipolazione delle lastre in vetro e celluloide, in occasione della scansione si è provveduto contemporaneamente a soddisfare le esigenze di conservazione. Questa operazione ha previsto il rivestimento dei singoli cassetti metallici contenenti le lastre con carta antiacida e la sostituzione delle buste delle singole lastre con altre idonee, anch’esse di carta antiacida. Su queste sono stati riportati a matita i numeri d’inventario indicati sulle buste precedenti.

Durante tale lavoro, è stato possibile compiere un riscontro inventariale del materiale e compilarne un database ordinato secondo il numero di inventario99-100 progressivo46 (Fig. 15). Nel database sono stati innanzitutto inseriti i dati tecnici inerenti ogni singola immagine (Numero supporto / FTAN, Numero inventario, Materia e tecnica, Formato, Stato conservazione generico, Stato conservazione specifiche) lasciando poi dei campi da riempire con dati egittologici (Tipo Soggetto, Soggetto Generico, Soggetto Particolare, Dettaglio, Cronologia, Autore) che101 verranno successivamente individuati nella fase di riconoscimento e studio dei soggetti rappresentati.

Immagine esemplificativa della modalità di studio e classificazione entro un database delle singole lastre fotografiche.

A seguito del completamento della digitalizzazione del Fondo Lastre, nel 2019, è stata presa in esame, come caso studio, la parte di esso relativa all’attività archeologica condotta dal Museo in Egitto a partire dal 1903, costituita da oltre 1500 lastre. Per questo insieme omogeneo, che comprende 11 diverse località, si è inteso procedere ad un corretto riconoscimento dei luoghi rappresentati e, dove possibile, ad un’indicazione della data di esecuzione, e dell’autore. Per facilitare il riconoscimento e il raffronto si è102 proceduto alla stampa cartacea dei soggetti, conseguendo un primo ordine topografico. Successivamente, lavorando su questa iniziale suddivisione, si è cercato di mettere in relazione le singole immagini tra loro, anche sulla scorta dei dati d’archivio in nostro possesso, e mediante l’uso di punti di riferimento significativi. È stato così possibile inquadrare le fotografie nel contesto geografico in cui sono state svolte le ricerche archeologiche. Il riconoscimento nelle fotografie del personale scientifico, spesso diverso a ogni stagione di scavo, o dello stato di avanzamento dei lavori hanno poi consentito in numerosi casi la collocazione nel tempo dello scatto fotografico (Fig. 16).

Fotografia scattata al momento del ritrovamento della tomba TT8 di Kha e Merit a Deir el-Medina, a metà febbraio del 1906. Archivio Museo Egizio, C01374.

Analogamente all’ordinazione delle stampe cartacee, suddivise per sito archeologico, si è provveduto a collocare le relative scansioni digitali in cartelle e sottocartelle tematiche virtuali, in base al soggetto dettagliato rappresentato (Fig. 17).47

Fig. 17

PPTOriginal

Immagine esemplificativa della modalità di ordinamento in cartelle e sottocartelle.

Le macroaree individuate sono state:

  • – Eliopoli
  • – Giza
  • – Ashmunein
  • – Deir el-Gebrawi
  • – Assiut
  • – Hammamiya
  • – Qau el-Kebir
  • – Abido
  • – Area tebana
  • – Gebelein
  • – Assuan

Ad esempio, le immagini relative agli scavi di Giza (1903), sono state così organizzate:

  • – Giza
    • • Veduta Sfinge e tempio funerario di Chefren
    • • Mastaba G 4240 di Seneferu-Seneb
    • • Mastaba G 4630 di Medunefer
    • • Mastaba G 5040 di Kaemked
    • • Mastaba G 5110 di Duaenra
    • • Mastaba G 7391 di Iteti (Fig. 18)
    • • Mastaba non localizzata di Wehemneferet
    • • Ritrovamento gruppo statuario dei coniugi (Suppl. 1875) in località non riconosciuta
    • • Paesaggio e mastabe non riconosciute

Fotografia scattata durante gli scavi di Giza, nel 1903. in primo piano, la tomba G 7391 di Iteti, mentre sullo sfondo, sulla sinistra, si intravede lo spigolo della piramide di Cheope. Archivio Museo Egizio, E00305.

Mentre per tutti i siti le immagini indicano sostanzialmente le aree di scavo, l’area tebana fa eccezione per la sua complessità. Essa è infatti suddivisa in diverse località, ognuna costituente una sottocartella: alcune rappresentano quelle interessate dagli scavi della Missione italiana (Valle delle Regine e Deir el-Medina), mentre altre contengono solo la documentazione di testimonianze archeologiche già note103 (alcune tombe presso Qurnet Murrai, Sheik Abd-el Qurna, el-Asasif, el-Khokha, il tempio di Medinet Habu, il tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari, il tempio di Karnak, il tempio di Luxor). Per le cartelle relative alla Valle delle Regine e a Deir el-Medina è stato possibile riconoscere nel dettaglio le singole immagini, attribuendole con precisione a tombe o monumenti specifici e generando così ulteriori suddivisioni. All’interno di queste macroaree è stato inoltre possibile il riconoscimento di alcune fotografie scattate in altre località non indagate dalla Missione, come i siti di Abido e Deir el-Gebrawi.

Tra i risultati di particolare rilievo, come già in parte anticipato, questo studio ha permesso di identificare e associare tra loro più lastre fotografiche accostando o sovrapponendo i bordi delle immagini e rivelando così le intenzioni del fotografo quando questi104 intendeva riprendere una panoramica più estesa di quanto consentisse una singola ripresa (Fig. 19) .

Il metodo sperimentato in questa prima parte del progetto si è rivelato funzionale al conseguimento degli obiettivi previsti, tanto da suggerire la sua applicazione per lo sviluppo delle parti successive.

Panorama del Nilo, dalla collina meridionale di Gebelein, composto dall’accostamento di tre fotografie. Archivio Museo Egizio, C00722, C00726, C00729.

Sviluppi futuri

Tutti i dati ricavati dallo studio hanno poi trovato una collocazione sia nel database sia su una scheda cartacea che accompagna ogni singola stampa fotografica. Una piccola percentuale di immagini non ha trovato, attualmente, una sicura collocazione, in quanto prive di elementi particolarmente significativi o identificativi. (Fig. 20)

Paesaggio egiziano non identificato. Archivio Museo Egizio, B00922.

Con la conclusione, a inizio 2021, di questa prima parte del progetto, si è proceduto con l’organizzazione della fase successiva, costituita dalla preparazione di un database all’interno di un sito internet dove inserire tutto il materiale ordinato in base a criteri di ricerca topografici. Il sito internet: Archivio Fotografico del Museo Egizio, inaugurato il 5 dicembre 2021, permette di fruire liberamente del materiale fotografico48 arricchito dai dati raccolti, con l’obiettivo, in fase di sviluppo, di prevedere un collegamento tra l’archivio fotografico storico e le antichità conservate in questo Museo.

Il metodo impiegato per l’analisi e la classificazione di questi materiali è già in fase di utilizzo per lo studio di un ulteriore insieme di fotografie, con l’obiettivo principale di riconoscere i reperti raffigurati, il che consente in alcuni casi di individuare il contesto di ritrovamento, in altri di verificare il loro stato di conservazione nel corso degli anni. Anche queste immagini e le relative informazioni saranno fruibili liberamente, documentando la storia e la biografia dell’oggetto.

Un discorso a parte è rappresentato dalle ambientazioni e allestimenti del museo nel corso degli anni. Lo studio di questo insieme sta consentendo di rilevare come gli oggetti siano stati spostati nel tempo, seguendo le tendenze museografiche e le necessità espositive del momento.

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